28 febbraio 2008
A proposito di Jean Vigo
Cinema Trevi - Cineteca Nazionale, Roma

Programma


ore 18.30
À propos de Nice
(A proposito di Nizza, 1930)
Regia: Jean Vigo; soggetto e sceneggiatura: Jean Vigo; fotografia: Boris Kaufman; origine: Francia; produzione: Jean Vigo; durata: 28’
Costretto a trasferirsi a Nizza con la moglie Lydu per curarsi da una malattia polmonare, Vigo ottiene un piccolo finanziamento del padre di lei per girare un documentario sulla città, in collaborazione con l’amico (e futuro collaboratore fidato) Boris Kaufman. Il risultato è uno dei grandi poemi visivi della stagione delle avanguardie (Kaufman, d’altra parte, è il fratello di Dziga Vertov), in cui si alternano realismo e spunti lirici, montaggio ritmico e satira feroce nei confronti dell’opulenta società nizzarda.
Quest’ultimo aspetto più propriamente politico del film sarà ribadito da Vigo stesso nella presentazione del film presso il mitico Vieux Colombier, il teatro parigino in cui si incrociarono le maggiori vicende culturali del tempo: «In questo film – interprete una città le cui manifestazioni sono significative – si assiste al processo di un certo mondo. In realtà, non appena indicata l’atmosfera di Nizza e lo spirito della vita che vi si conduce (e che si conduce anche altrove, purtroppo!), il film si muove alla generalizzazione degli insulsi divertimenti, messi sotto l’insegna del grottesco, della carne e della morte, ultimi bruschi trasalimenti di una società che si abbandona, fino a darvi la nausea e a farvi complici di una società rivoluzionaria».
Copia proveniente dalla Cineteca Griffith

a seguire
Taris ou la natation
(Taris, ossia del nuoto, 1931)
Regia: Jean Vigo; sceneggiatura: Jean Vigo; fotografia: Boris Kaufman; assistente alla regia: Ary Sadoul; origine: Francia; produzione: Gaumont-Franco Film-Aubert; durata: 10’
Su commissione della Gaumont-Franco Film-Aubert, Vigo gira un breve documentario dedicato a Jean Taris, campione di nuoto francese, all’epoca molto popolare. Quello che avrebbe dovuto essere un semplice cortometraggio didattico, volto a illustrare le tecniche del nuotatore, nelle mani di Vigo si trasforma in un eccezionale esperimento figurativo, che sfrutta appieno tutte le possibilità espressive dell’acqua e del movimento corporeo. Anche grazie alla perizia tecnica di Kaufman e alle innovative riprese subacquee, infatti, Vigo riesce a imporre a un soggetto apparentemente banale tutta la sua carica visionaria, facendo le prove della più celebre sequenza de L’Atalante, quella in cui il protagonista si immerge nel canale alla ricerca del volto della donna amata.
Copia proveniente dalla Cineteca Cinemazero

a seguire
Zéro de conduite
(Zero in condotta, 1933)
Regia: Jean Vigo; soggetto e sceneggiatura: Jean Vigo; fotografia: Boris Kaufman; musica: Maurice Jaubert; montaggio: Jean Vigo; interpreti: Jean Dasté, Robert Le Flon, Delphin, Du Verron, Pierre Blanchar, Luis de Gonzague; origine: Francia; produzione: Argui-Film; durata: 47’; v.o.; sott.it.
«Il contrasto tra lo slancio fantastico e il senso di libertà e di onnipotenza magica propri del mondo infantile e l’ottusità autoritaria, l’implacabile segregazione e le regole inculcate proprie del mondo degli adulti, costituiscono la materia poetica del mediometraggio Zéro de conduite, un inno libertario allo scardinamento visionario dei sensi, rappresentato dal potere immaginario del cinema in forma lirica e tragica, giocosa e dolorosa a un tempo. Di fronte a questo capolavoro di grazia e di furia visiva, non si può prescindere dalla biografia di Vigo, dalla sua tormentata infanzia, dalla sua sete di vita e insieme dalla sua ansia di bruciare le energie psicologiche e fisiche, riversandole nell’enfasi delle immagini. L’insurrezione dei collegiali contro i maestri, i notabili e il direttore costituisce un vero e proprio “assalto al cielo”, simboleggiato nel finale, che vede i ragazzini asserragliati sui tetti: la rivolta diventa metafora pregnante della libertà creativa, della sua forza crudele e felice, feroce e innocente. Tutto ciò viene espresso con una tale carica di verità e di fisicità (si pensi alla sequenza della “battaglia dei cuscini”) da segnare il destino esemplare di questo film irriverente e libero: accusato dal governo di essere “antifrancese” e sottoposto a censura, poté uscire nei normali circuiti solo nel 1945, ma divenne un’opera di culto per i cineasti della Nouvelle Vague, e un esempio imprescindibile per tutti gli innovatori del cinema» (Bruno Roberti).
Copia proveniente dalla Cineteca Cinemazero

ore 20.30
Incontro con Enrico Ghezzi
a seguire
L’Atalante
(1934)
Regia: Jean Vigo; soggetto: Jean Guinée; sceneggiatura: Jean Guinée, Albert Riéra, Jean Vigo; fotografia: Boris Kaufman, Louis Berger; musica: Maurice Jaubert; montaggio: Louis Chavance; interpreti: Michel Simon, Dita Parlo, Jean Dasté, Gilles Margaritis, Louis Lefèbvre, Maurice Gilles; origine: Francia; produzione: Gaumont-Franco Film-Aubert; durata: 85’; v.o.; sott.it.
Jean e Juliette, sposi novelli, vivono a bordo di una vecchia chiatta, l’Atalante, che Jean governa insieme al pittoresco marinaio père Jules e a un giovane mozzo. All’entusiasmo iniziale della vita di coppia seguono presto le prime incomprensioni, fino al giorno in cui Juliette decide di scendere a terra da sola e lasciarsi inghiottire dalle luci della vita parigina: sarà l’inizio di una breve separazione che in realtà servirà solo a rafforzare l’amore dei due protagonisti. Considerato una vera e propria pietra miliare della storia del cinema, ancora capace di stupire e commuovere con la sua poesia semplice ma ricchissima di intuizioni, L’Atalante uscì poco dopo la morte di Vigo, che non poté mai approvarne una versione definitiva: neanche l’intricata storia di tagli e riedizioni, tuttavia, è riuscita scalfire il valore di testamento artistico e morale del film, un inno alla libertà e all’amour fou che ha conosciuto innumerevoli imitatori e che racchiude tutta la febbre di vita del regista nei suoi ultimi giorni. «A un amico che gli consigliava di risparmiarsi – scriverà François Truffaut – Vigo rispose che sentiva venirgli meno il tempo e che doveva perciò dare tutto e subito. Dietro la macchina da presa si trovava probabilmente in quello stato d’animo di cui parla Ingmar Bergman: “Bisogna girare ogni film come se fosse l’ultimo”».
Il film viene presentato nella versione restaurata dalla Gaumont nel 2001, la più completa esistente.
Copia proveniente dalla Cineteca Italiana.